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Alessia Mastriforti: grafica di denuncia PDF Stampa E-mail
Alessia Mastriforti è stata la vincitrice della Sezione Grafica del MarteLive 2008, con un’opera inedita che punta l’indice contro l’inquinamento elettromagnetico delle nostre città e il colpevole silenzio delle autorità in merito a tale abuso.

Per quest’ultimo numero pre-vacanziero abbiamo voluto rivolgerle qualche domanda scoprendo che, come le illustrazioni che realizza sono traboccanti di input, stimoli e simboli, così anche a parole Alessia ha un mucchio di cose da dire, sull’arte e l’architettura, su Radio Vaticana e su ciò che le piace di più!

Per iniziare, hai l’opportunità di regalarci il profilo di Alessia che preferisci! Scegli tu cosa farci sapere di te… come sei, cosa hai fatto finora, la tua età anagrafica o magari quella astrofisica!
Con le Olimpiadi imminenti potrei dire di essere nata sotto il segno del Drago nell’anno 4613, non a Pechino ma più banalmente a L’Aquila: avevo talmente fretta di venire al mondo che ho dovuto trascorrere i primi due mesi di vita in una strana scatola di vetro dentro una monocromatica stanzetta d’ospedale. Appena dimessa mi hanno portata a Terni, triste e grigia città operaia umbra, dove ho vissuto fino al conseguimento del diploma di maturità scientifica. Una volta maggiorenne sono fuggita finalmente a Roma dove ho iniziato a studiare Architettura. Qui ho messo le mie radici, iniziando pian piano a sentirmi parte di questa città che amo, fatta di arte e di memoria. Nel tempo libero ho bisogno di leggere, camminare fino allo sfinimento, amare, ascoltare musica, uscire con gli amici, cibarmi di arte, tenere in braccio mio nipote, così in ordine sparso…

Dal tuo portfolio si evince che ti sei cimentata in diversi campi, applicandovi le tue capacità grafiche, in primis l’architettura. Come si coniuga la creatività di una persona estrosa come te con la pragmaticità di questo lavoro? Sei un tipo da “castelli” in aria che adora forme e costruzioni originali, o sei più concreta?
Sono attratta dalle forme complesse e ambigue, dai progetti che disorientano. In fondo viviamo in una società complessa fatta di relazioni complesse, perciò anche gli edifici dovrebbero configurarsi in forme altrettanto complesse. L’architettura italiana è a un bivio. Può scegliere se continuare a essere uguale a se stessa, perpetuando forme dal ricordo antico, ortogonali, simmetriche, o gettarsi seppur in ritardo alla scoperta di nuovi spazi fluidi, scivolosi, imprevedibili. A mio avviso stenta a farlo, a dispetto di quel che sta accadendo in molteplici città europee.

Quali sono i professionisti e le opere che ammiri di più e per quali caratteristiche?
Amo l’olandese Rem Koolhas: geniale, imprevedibile, dissacrante, dalle idee radicali e poco convenzionali. Lo ritengo uno dei progettisti-simbolo degli ultimi vent’anni: architetto-filosofo-artista che ha stravolto la nostra concezione di città e di civiltà applicando i concetti di movimento e di mobilità (intesa come dinamica dei flussi) all’interno del procedimento progettuale. Tra le sue opere mi piacciono molto il Dance Theatre dell’Aja, la Biblioteca pubblica di Seattle, l’ambasciata d’Olanda a Berlino, il Grand Palais di Lilla, l’Auditorium di Porto, il Kunsthal di Rotterdam, o il negozio di Prada a Manhattan che ha rivoluzionato il concetto stesso di shopping. Amo gli olandesi Mecanoo, le loro sperimentazioni progettuali, il loro linguaggio affatto unitario costituito da frammenti linguistici e tettonici, da forme che non sono disposte secondo giochi visivi ma che seguono semplicemente le emozioni. Amo questo loro aspetto sensoriale che è soprattutto determinato dalla sottile combinazione dei più svariati elementi fra cui: legno, cemento, rame, bambù, mattoni, ciottoli, zinco, pietra, vegetazione, vetro e superfici di colore saturo. Mi vengono in mente la nuova Biblioteca della Delft Technical University, la Chapel St.Mary of the Angels e Montevideo a Rotterdam. Adoro i decostruttivisti, le loro opere caratterizzate da una geometria instabile e da forme disarticolate e decomposte, costituite da frammenti, volumi deformati, tagli, asimmetrie e da un’assenza di canoni estetici tradizionali: Eisenman per esempio, o l’israeliana Hadid, Libeskind, Coop Himmelblau, Gehry, Tschumi, dediti tutti alle sperimentazioni, sia di nuovi linguaggi sia di nuove opportunità per l’architettura.

In una città come Roma, ove ancora modernità e classicità sembrano far fatica a convivere, c’è un punto in cui ti piacerebbe metter mano e creare qualcosa di nuovo?
Ce ne sono moltissimi, Roma è piena di vuoti urbani dove spesso le emergenze archeologiche rimangono abbandonate a se stesse, senza relazioni di misura con la città. Mi piacerebbe intervenire proprio lì, per ricucire i frammenti di luoghi che si presentano unicamente come scavi archeologici isolati: Piazza Augusto Imperatore, Piazza Sallustio, Via delle Botteghe Oscure, Largo Argentina, il Ludus Magnus vicino al Colosseo. Roma vive e deve continuare a vivere sulla sua storia, sulle sue stratificazioni e sul suo patrimonio archeologico; non può allontanarsene lasciando enormi spazi a un’imprecisata ibernazione. La città antica può convivere con quella moderna, un progetto innovativo e contemporaneo può restituire senso e riconoscibilità alle parti dell’antico che altrimenti continuerebbero ad essere puri relitti. L’architettura contemporanea prende senso nel dialogo con l’antico, nel raccogliere le sue tracce e riordinarle.

Un altro campo d’interesse è quello dell’editoria, a giudicare dalle copertine realizzate per diversi concorsi. Pensi che in questo settore la grafica possa ancora produrre qualcosa di nuovo, in grado di catturare l’attenzione del pubblico?
La copertina è il volto di un libro, quindi il primo contatto diretto che si stabilisce con il pubblico, ha proprio la funzione di attrarre il lettore, catturarlo, introdurlo al racconto che racchiude. Confesso di ossessionarmi ciclicamente per scrittori di cui devo possedere tutto, leggere tutto, ma mi è capitato spesso di scegliere libri unicamente dalla loro veste grafica. Ho così scoperto nuovi autori grazie alla creatività delle splendide copertine di Maurizio Ceccato e all’eleganza di quelle di Riccardo Falcinelli. Credo che la grafica ha prodotto e produrrà sempre qualcosa di nuovo, laddove gli venga permesso ovviamente. Dipende molto dall’identità della casa editrice e dal target di lettori a cui si rivolge. Rimango sempre molto colpita dalla cura dell’oggetto-libro delle piccole case editrici. Me ne vengono in mente due che ho scoperto alla Fiera della piccola e media editoria a Roma, che presentano a mio avviso formati e vesti grafiche accattivanti, oltre che una gamma di interessanti pubblicazioni: la Duepunti edizioni, giovane realtà editoriale palermitana, e Beccogiallo, casa editrice padovana. Questo è un universo che mi piacerebbe esplorare meglio.

Capitolo MarteLive: come hai deciso di partecipare e come hai vissuto l’esperienza?
Vagavo nell’etere telematico alla ricerca di un concorso stimolante e mi sono imbattuta in MarteLive. Conoscevo MarteLive unicamente come spettatrice, ho trovato interessante il tema del concorso e quindi ho deciso di provarci. Il fatto di vedere la mia opera esposta, e di non doverla quindi creare sotto gli occhi di tutti, mi ha esonerata dal dover controllare imbarazzo e ansia, mi sono potuta così godere a pieno la totalità delle altre esibizioni con una certa leggerezza.

Il tema era la Rivoluzione. Tu hai scelto di proporre nel tuo lavoro un messaggio molto diretto, con nome e cognome. Cosa ti ha fatto associare l’idea espressa nel tuo lavoro con il concetto generale del concorso?
Una breve frase presente nel bando del concorso: “Aprite la finestra, prendete ispirazione dalla realtà..”; la mia finestra si spalanca su Roma, anzi su una parte ben precisa di Roma, dove si continuano a pianificare abitazioni nonostante la presenza di elevati rischi di mortalità per malattie leucemiche, soprattutto infantili. È una finestra che si vuol tener chiusa da almeno cinquant’anni, una realtà di cui i media non parlano quasi mai. Il titolo della mia opera, RaDiOattivi, fa soprattutto riferimento alle antenne di Radio Vaticana, ma anche ai ripetitori delle varie emittenti televisive presenti sul territorio italiano. Ho immaginato una Rivoluzione delle voci troppo spesso ignorate, quelle di tanti comitati cittadini e di amministrazioni comunali di molte regioni d’Italia, di abitanti giornalmente esposti a onde deleterie per la salute, di persone che ogni anno si ammalano. Lo Stato dovrebbe proteggere il cittadino, ma come spesso succede il tutto viene giustificato con un misto di politica, sacro e profitto, e molto spesso sono proprio i bambini, più vulnerabili a questo tipo di inquinamento elettromagnetico, a essere le vittime inconsapevoli delle scelte di qualcun’altro.

Quali tecniche e programmi usi nei lavori di grafica? Da quello che si vede, c’è sempre una componente che richiama il patchwork. Ti piace mischiare materiali ma anche materie espressive diverse?
Esatto, mi piace mixare processi creativi differenti, combinare elementi di grafica vettoriale, schizzi con la tavoletta grafica, collage di foto e rielaborazioni di immagini con effetti o filtri.
Solitamente utilizzo programmi della suite grafica della Adobe, come Photoshop e Illustrator. Spero di poter migliorare, magari con un corso specialistico di grafica digitale.

Un’ultima domanda: dai lavori sembri una persona incredibilmente versatile ed estrosa, probabilmente anche molto curiosa, visto i riferimenti e le ispirazioni che emergono in ogni lavoro! Cosa leggerai o ascolterai quest’estate sotto l’ombrellone?
Ora come ora sono preda di una dipendenza irreversibile per i film del regista statunitense Darren Aronofsky (quello di Requiem for a dream e di Pi greco, il teorema del delirio per intenderci) a cui alterno indigestioni di puntate di Boris, la geniale “serie sulle serie” della Fox. La musica mi accompagna praticamente in ogni istante della giornata, amo ascoltare diversi generi: spazio dai Radiohead alle cover dei Nouvelle Vague, dagli Interpol ai System of a Down, dipende dall’umore ma anche da quello che sto leggendo. Attualmente sto finendo di leggere Le scale di fuoco di Anaïs Nin e Soffocare di Chuck Palahniuk, ma ho già pronti Everyman di Philip Roth e Non dire notte di Amos Oz, mi piace leggere più libri contemporaneamente. Se dovessi consigliare un libro la scelta cadrebbe sicuramente su Il giardino di cemento di McEwan, ma il mio debole è Isabella Santacroce. Non sono esattamente libri da ombrellone, concordo.


Intervista di Diego Ciorra

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