gocce


Scatti di poesia e provocazione E-mail
di Rossana Calbi
La sezione fotografia in questa serata non poteva essere più varia e contraddittoria: tenerezza, realtà del quotidiano e smitizzazione di una sublimazione infantile.
L’importante resta sempre trovare il modo giusto di farlo. Certamente la giovane Daniela La Porta ha una buona tecnica, ma i suoi scatti sarebbero nulli senza la sua sensibilità.

Il suo progetto descrive una carezza dell’immagine femminile e questa visione è accompagnata dalle parole di Alda Merini.
Poesia per spiegare altra poesia. L’installazione meritava di più, le luci erano troppo forti per i colori tenui e le ombre. Queste foto hanno bisogno di tempo e di giuste condizioni per essere apprezzate perché esprimono una fragilità che è difficile esternare in un luogo non attento. Lo sguardo delicato di Daniela in questa sequenza racconta la fragilità femminile e ci piace ritrovarla perché ogni rudimento dell’arte passa dal fragile per arrivare alla forza, proprio com’ è la vitalità femminile.

Sguardo freddo e provocatorio seguono questa morbidezza. Il contrasto è notevole quando subito dopo troviamo Ken loves Ken. I volumi di Marco Bennet sono disfattisti, logorano un mito che ha accompagnato la nostra generazione: Barbie, la bambola perfetta, non è più presente lasciando lo spazio della sua perfezione al suo “compagno” Ken. Del resto la formazione di questo fotografo non poteva che portarlo alla discussione sociale. L’assenza della femminilità accostata a una visione che è solo grazia, è una scelta indubbiamente coraggiosa nell’esposizione. Scatti semplici e volutamente interrogatori vicino a ciò che invece è solo esplicativo. Ecco come l’arte fotografica può esprimere antinomie, non facendo solo opera di decifrazione, ma anche di trasformazione e valutazione.

Ma è indubbiamente l’apertura dell’esposizione che ci rende la funzione sociale della fotografia. Vi troviamo Spazi multiculturali a Roma. Il reportage di Chiara Fornesi è un classico racconto. In questo aggettivo si esprime la capacità della fotografa di guardare con occhio non superficiale e profondo ciò che è la realtà. Chiara ha un’inclinazione naturale alla semplicità. Non rende le accelerazioni della realtà e blocca con occhi che ricordano il sentimento pasoliniano. Spiega i migranti e i poveri di oggi che non possono non somigliare a quelli di ieri. Nonostante la materia possa trarre in difficoltà, la fotografa riesce a non cadere in ripetizioni o in citazioni forzose, sembra piuttosto schiava di una certa essenzialità, le immagini non sono spoglie né povere sono piuttosto visioni che ci mancano e dovremmo avere sempre con noi.
La fotografia riporta la realtà in primo piano forse la vuole sognare o magari sdrammatizzare, ma deve trovare spazio in cui dichiararsi, le sale dell’Alpheus sono un modo forse veloce per far scorrere le costruzioni delle immagini digitali, ma sicuramente diverso e, in qualche modo, anche audace, perché non provare quindi?
 
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