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I Presi per Caso tornano a Teatro: Recidivo Recital @ Teatro 7 E-mail
di Edyth Cristofaro
Il Teatro 7 a Roma ormai è famoso per ospitare spettacoli nell’ambito del progetto il “teatro come strumento di educazione sociale”. Stavolta è il turno de I Presi per Caso, progetto musicale e teatrale nato all’interno del carcere di Rebibbia, alla loro terza prova su un palco dopo Radiobugliolo e Delinquenti.
Ad attendermi al Teatro 7, via Benevento 23 a Roma, una sorpresa non proprio inaspettata: uno spettacolo che ha fatto dell’arte dell’ironia e della comicità un’arma affilata contro le tendenze conservatrici della società, a favore dell’intelligenza umana e di una necessaria e auspicabile evoluzione del pensiero sociale corrente.
Diceva Aristotele nel suo trattato sul riso, che ridere è un’esigenza che ci aiuta a superare l’impasse di un momento difficile o di una situazione critica, dandoci la spinta al cambiamento e all’evoluzione. Ridere è l’opportunità di un guizzo in più che ci permetterà di districarci e migliorare, screditando la fierezza di chi si prende troppo sul serio e lasciando scorrere il tempo sui cambiamenti e sulle opportunità che non devono più andare perse.
Ridere, fare satira, ironizzare, anche su fatti estremamente seri, come quelli da cui prende spunto lo spettacolo Recidivo Recital. Torna in prigione senza passare dal via è in realtà una denuncia fatta in toni più soft, ma non per questo meno seria o reale che se fosse stata fatta nei toni gravi della tragedia.

Ironia quindi, comicità anche, ma con toni crudi e musica dissacrante che la fanno da padroni.
La vicenda, quasi banale, è la storia del detenuto tipo: arrestato, mandato in carcere, uscito, poi di nuovo ripreso e rimandato in galera, salvo poi farlo riuscire e di nuovo riprenderlo con le mani nel sacco e rimandarlo in carcere: “trecento anni che va avanti così e nessuno che si domanda come mai”, dice una fuori campo all’inizio dello spettacolo. O forse sì, diciamo noi, ma senza cercare, e quindi senza trovare, una soluzione alternativa che debelli definitivamente la possibilità di una recidiva.
La scenografia è piuttosto scarna: solo quattro brande, quattro sgabelli, una lavagna, una cattedra, delle candele consumate e il rumore di una goccia a scandire il tempo, un tempo che in carcere non passa mai. Protagonisti della vicenda quattro detenuti che sono delle figure classiche della nostra società: falsi miti della triste ed improduttiva realtà penitenziaria, che così com’è strutturata non riuscirà mai a recuperarli. E in più una guardia carceraria partecipe ma non troppo, una donna- insegnante, serva/guardiana del potere costituito, e il fantasma buono di Cesare Beccarla, testimone impotente di un cambiamento mai avvenuto.

Con alla regia un illuminato Enrico Maria Lamanna, questo spettacolo, nudo, crudo, a volte anche sboccato non tarda a prendere il volo, accompagnato com’è dagli intermezzi musicali de I Presi per Caso musici. E non possono non far sorridere le gags esilaranti tra compagni di cella e le piccanti esortazioni alla riflessione del personaggio Beccaria.
L’istinto non è quello di andare via, quando si presenzia ad uno spettacolo come questo, ma è il desiderio di trovare tutti insieme una soluzione, perché non è pura utopia pensare di poter rendere questo mondo migliore.

Ho guardato, pensato, riso, riflettuto anche, ma ho considerato con ponderazione che non è dicendo che “tanto le cose sono trecento anni che vanno così e quindi non cambieranno mai”, che potrò lavarmene le mani come Ponzio Pilato.
Se Leonardo Da Vinci non avesse sognato di volare, forse oggi ancora non sapremmo che cos’è un aereo. Se Marie Curie non avesse imparato ad osservare e a sperare, forse oggi ancora moriremmo di polmonite. L’utopia è solo la mancanza di motivazioni e speranze; utopico è il pensiero di coloro che si arrendono ad una evidenza che tale non è. Se I Presi per caso non avessero vissuto la loro esperienza carceraria cercando di trasformarla, di renderla utile per se stessi e per gli altri, allora forse oggi cercheremmo ancora di ignorare verità che ogni giorno abbiamo sotto il naso, ma che sono davvero troppo spinose e scomode.

Sono uscita dal Teatro 7, sorridendo. Un progetto serio, intelligente, divertente e allo stesso tempo socialmente utile come questo, in attesa di essere consacrato al mondo dell’arte emergente contemporanea merita per ora, almeno un sorriso di incoraggiamento. E un’adesione in più alla giusta causa promossa.
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